CENTRO PREVENZIONE SALUTE MENTALE DONNA

Responsabile: dr. Elvira Reale

 

 

Luisa, anni 25, studente di medicina

 

D. Qual'è stato il tuo problema principale.

 

 

 

 

 

 

D. Pensavi che il tuo problema era risolvibile?

 

 D. Pensavi che dipendesse da

 

 

D. E prima che ti insorgesse il malessere hai mai pensato che questo tipo di vita era insostenibile?

 

 

 

 

 

 

 

 

D. Il sintomo ti ha bloccato in qual cosa?

 

D. Prima del sintomo e del rapporto con questa amica eri soddisfatta di te? Ti accettavi?

D. Ti sei sentita in qualcosa incapace?

 

 

 

 

 

 

 

 

D. Quali questi giudizi degli altri?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

D. Quando é iniziato il sintomo a casa cosa é successo? cosa hai cominciato a pensare di te?

 

 

 

 

 

 

 

D. E per lo studio, per il fatto che perdevi tempo cosa ti dicevano i tuoi familiari?

 

D. I tuoi familiari ti hanno fatto sentire in colpa? In che modo?

 

 

D.  Hai cominciato a notare dei cambiamenti dopo che sei venuta al Servizio?

 

D. C'é stato un intervento preciso dell'operatrice, una spinta a fare ciò?

 

 

 

 

D. Hai detto che cambiava il problema? in che senso?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

D. Come lo hai preso questo fatto di non studiare più?

D. Ci sono state delle modifiche pratiche nella tua vita venendo qui al Servizio?

 

 

 

 

 

 

 

 D. Ed ora ti senti cambiata?

 

 

 

 

 

 

R. Non potevo deglutire assolutamente. Proprio un blocco della deglutizione, mi affogavo, mi andava tutto di traverso. Andai dal medico temendo di avere qualcosa alla gola. Che ne so, un polipetto ad esempio. Il medico mi disse di andare da un neurologo. Mi arrabbiai molto di questo, mi dava fastidio che non era qualcosa di fisico per cui si poteva prendere una medicina e tutto era risolto. Venni a questo Servizio perché mio padre lo conosceva. Avevo già avuto dei disturbi qualche anno prima: giramenti di testa, paura di uscire di casa perché svenivo e avevo la pressione a terra. All'epoca andai dal neurologo per un colloquio. Farmaci non me ne diede per fortuna. Mi disse che ero una ragazza in gamba e avevo la forza per superare la crisi. Dopo un pò mi passò: durò in tutto sei o sette o mesi, dopo stetti bene. Non capii però perché mi erano venuti quei disturbi; era stato un vero e proprio terremoto.

 

R. Diciamo pure che questo tentativo era l'ultima spiaggia. Avevo una volontà incredibile di guarire, in quanto stavo proprio male; fisicamente non avevo niente ma non riuscivo a deglutire neanche la saliva. Era qualcosa di impressionante.

 

R. Da un rapporto sbagliato, con una mia amica. Prima del sintomo studiavo medicina con questa mia amica. Generalmente andavo io a casa di questa mia amica. Ma non si riusciva a studiare. Si studiava cinque minuti e poi chiacchiere, molte chiacchiere.

 

R. Si, non fosse altro per gli spostamenti continui che dovevo fare. E poi c'era il fatto che nonostante fosse gravoso per me affrontare ogni giorno lo spostamento (la mia amica aveva più difficoltà a muoversi) , io non dovevo stancarmi, non dovevo scocciarmi. Non dovevo accusare il peso di un sacrificio perché dietro c'era l'idea di un rapporto di amicizia che non ammetteva cose di questo genere. Non farle volentieri certe cose (i sacrifici) significava mettere in discussione. far cadere il rapporto di amicizia e di stima con questa persona. Poi la situazione mi è scivolata di mano: questa persona mi stava da tutte le parti con le sue esigenze. Doveva accompagnare una sorella a scuola ed io insieme a lei perdevo una mezza giornata di studio e così via.

Mi sentivo in dovere di fare queste cose mi dicevo “ una tua amica ha questi problemi e tu non le sei vicino? non cerchi di aiutarla?”.

Poi questa persona mi opprimeva con i suoi giudizi: dovunque mi girassi vedevo questo giudice che mi teneva il dito puntato, in effetti i suoi giudizi erano i miei in lei.

In definitiva non mi dovevo permettere di pensare le cose che pensavo (di non farmi coinvolgere dai suoi problemi).

Poi ho cercato di combattere questa situazione tentando di studiare separatamente. Poi siccome lei non ci riusciva mi sentivo nuovamente in colpa. Ci furono mesi di combattimento poi insorse il sintomo.

Continuammo a vederci però a mezza giornata. Che poi il più delle volte succedeva che non si faceva niente ma a quel punto anche per colpa mia.

 

R. No. studiare ho sempre studiato anzi diciamo tentato di studiare. Uscivo normalmente anche se la cosa era diventata molto complicata. Se andavo fuori tutta la giornata dovevo portare con me cibo frullato, altrimenti non potevo mangiare niente.

 

R. Sono sempre stata critica. perfezionista, volevo fare tutto bene, al limite l'aspirazione era di avere più attività, non solo di studiare, mi sarebbe piaciuto interessarmi alla vita politica. Però alle assemblee ( di scuola) avevo vergogna a parlare, mi sembrava che gli altri avessero più cose da dire di me.

 

R. Dal punto di vista dell'intelligenza mai: sono sempre andata molto bene a scuola. ero l'orgoglio di mio padre.

Anche all'università gli esami fatti sono andati sempre bene. Sono sempre stata valorizzata per questo aspetto dalla mia famiglia, erano contenti che studiassi, soprattutto mio padre che ci teneva ad avere un figlio laureato e medico.

Mi sentivo incapace come persona, questo sì. Incapace di realizzare i miei progetti. Sono stata per molto tempo una idealista, non avevo i piedi per terra. Idealizzavo anche un foglio caduto per terra, tanti ideali e poi dovevo essere all'altezza di questi ideali. Ideali del tipo: la famiglia, lo studio, le amicizie. Dovevo essere sempre al massimo, dare al massimo e poi questo essere e dare in questo modo mi imprigionava mani e piedi.

Ecco ero incapace poi a districarmi tra le cose nella vita quotidiana: prima le idealizzavo e poi non ne sapevo uscire, come con la mia amica. Mi dicevo l'amicizia deve esser così e così e poi dentro a queste definizioni ci stavo male, non riuscivo a realizzare gli obiettivi pratici della mia vita,ad esempio studiare.

E poi c'era un'altra incapacità: mi sentivo incapace nel fatto che gli altri non mi capivano, non riuscivo a farmi capire dagli altri. Che poi questa incapacità mi veniva sempre dal prendermela troppo dai giudizi altrui.

 

R. A scuola alle elementari una suora mi accusò di superbia. C'era l'esame di quinta elementare ed io e un'altra bambina ci mettemmo a discutere su chi doveva andare per prima: " vacci tu, non vacci tu", la suora mi fece una partaccia, a me sola e non all'altra e forse mi ha sempre trattata diversamente (con più severità) perché mio padre era comunista.

La suora mi disse: "Cos’é questa superbia? Và in chiesa a chiedere perdono a Gesù". Per me fu una doccia bollente, non me la sentivo addosso questa superbia, poi ci avevano insegnato che la superbia era una cosa gravissima. Anche qui non fui capita. Io ero molto esuberante: mi piaceva sapere molto, ero di una curiosità incredibile, cosa che ho mantenuto fino al liceo. Non c'era voglia di mettersi in mostra e gli altri molte volte hanno frainteso. Anche in casa dicevano che chiacchieravo troppo e mi “intrufolavo” tra le cose dei grandi.

Ad esempio, quando mio padre trattava male mia madre per delle sciocchezze (del tipo: il sale nella pasta) mi mettevo in mezzo e rispondevo al posto di mia madre. Mia madre mi diceva in vece che dovevo stare zitta. Per loro una bambina doveva essere più accomodante, più tranquilla. Hanno sempre detto: “è brava a scuola, ma tiene una chiacchiera!” Questo lo vivevo allora come un difetto. Certo ho continuato a"chiacchierare" al liceo e questo mio; aspetto era valutato positivamente. Per in effetti parlo pochissimo di me, mi espongo molto poco per quanto riguarda le mie opinioni; parlo sempre in generale, esprimo un giudizio su una cosa ma non dico mai: io Luisa ho pensato questo ho fatto questa esperienza. In effetti ho paura ad espormi. ho paura di essere fraintesa, non capita.

 

R. A casa ho avuto “coccole" incredibili. Si preoccupavano seriamente soprattutto perché ero dimagrita moltissimo e non mangiavo praticamente più. Io intanto non pensavo ad una malattia, anche se non riuscivo a capire come che un problema si può trasformare in un disturbo fisico di quella entità. Questo disturbo era meno comprensibile di quello avuto prima. Allora si trattò di paure, svenimenti. Ora mi chiedevo perché così? Forse non riuscivo a mandare giù tutto quello che mi era intorno.

Non riuscivo ad affrontare quei problemi, non riuscivo proprio a digerirli; mi tornavano sempre in bocca questi problemi. Poi c'era anche il problema della vergogna sul cibo. Ci hanno educati a casa in modo da vivere con vergogna il fatto di mangiare a casa di altri. Per me non era un fatto sociale, avevo sempre vergogna quando mi invitavano a pranzo o a cena fuori, tendevo a rifiutare gli inviti. Ci hanno sempre detto in famiglia che non bisognava accettare inviti a pranzo, che era segno di cattiva educazione, come se il mangiare fosse una cosa sporca.

Non pensavo ad una malattia, pensavo, si mi sentivo una persona debole. Pensavo che solo le persone deboli, troppo sensibili, che tendono a subire le cose, potevano trovarsi dentro i problemi fino al collo e potevano farsi “accappottare” da queste cose.

Io non accettavo di essere così , mi dicevo come è possibile che sia capitato proprio a me? Non volevo riconoscere che avevo dei problemi, oppure di tal genere.

 

R. All'università andavo anche per loro. Sia mio padre che mia madre avevano molte aspettative sul fatto di avere una figlia medico. Mi sentivo colpevole nei loro riguardi, colpevole perché venivo meno alle loro aspettative.

E poi mi sentivo incapace nel sapermi organizzare lo studio e nel sapere eliminare i problemi superflui (quelli con l'amica).

 

R. Mia madre mi faceva spesso dei “rimbrotti", mio padre non mi ha mai detto niente sullo studio. Forse questa é stata un'arma a doppio taglio: non mi diceva niente perché aveva una fiducia smisurata nei miei confronti. Quindi dover soddisfare quella fiducia era una cosa molto pesante. Mia madre al contrario sottolineava il fatto che perdevo tempo e che dovevo studiare di più. Questi suoi discorsi mi facevano stare malissimo pensavo che aveva ragione e che ero una irresponsabile.

Comunque l'università mi pesava moltissimo, anche per le loro aspettative.

 

R. Rispetto al problema che avevo presentato. Io avevo centrato l'attenzione sul rapporto con la mia amica e per alcuni mesi si è lavorato su questo tema dell'amicizia e poi dei rapporti in genere con le persone. Quasi subito ho interrotto definitivamente questo rapporto con la mia amica. Fino ad allora non vi ero riuscita. Non ero riuscita a liberarmi anche se lo desideravo.

Anzi Ne avevo le “scatole piene", non ce la facevo più in nessun modo. non ce la facevo a vederla. mi dava fastidio!

 

R. Io mi ricordo che la dottoressa mi disse che se io lo volevo, il rapporto poteva anche finire; cioé le cose che nascono possono anche morire. In effetti avevo paura che la cosa finisse perché significava mettere in discussione certi valori sacri sull'amicizia sul sentimento dell'eterno. Certo con questa amica non contava solo l'ideale dell' eternità ma il fatto che mi ero talmente aperta - contrariamente alle mie abitudini - che mi sembrava dì essere incapace di poterlo essere anche con altri. Avevamo talmente parlato di questa amicizia che sembrava unica ed irripetibile.

Così poi cominciammo a parlare di un altro rapporto che in- tanto era iniziato (prima di venire al Servizio). Un rapporto sentimentale con un ragazzo. Anche qui sorgevano le stesse difficoltà: dovevo comportarmi in un certo modo per corrispondere ad una idea del rapporto. Su questo è stato più facile lavorare perché sì trattava di un rapporto iniziale. Oggi penso che se un giorno mi sentirò stretta anche in questo legame avrò meno remore a cambiare o a interromperlo, sicuramente non mi nasconderò il fatto che mi va stretto.

 

R. Nel senso che io prima credevo che il mio unico problema fosse il rapporto con gli altri, poi invece veniva fuori il fatto che lo studio mi pesava, avevo cominciato a odiare il corso di medicina ma non volevo assolutamente ammetterlo per me era una cosa sacra, intoccabile. Quando la dottoressa mi metteva davanti agli occhi che uno dei miei problemi, se non il principale, era l'università, io stavo male, me ne andavo a casa peggio di come ero venuta!

Vi è stato poi un miglioramento molto graduale, praticamente facevo dei passettini ogni volta , andavo un poco indietro e poi miglioravo ancora. Per me era impossibile che lo studio fosse implicato nel sintomo. Poi ho dovuto riconoscerlo questo problema. Mi ricordo precisamente quando e come é successo. Si discuteva ancora del perché e del come di questo mio sintomo.

In sei mesi infatti vi erano stati miglioramenti ma non mi era passato del tutto: avevo iniziato con i frullati, le pastine piccole per neonati e così via.

Poi con mi ricordo che la dottoressa mi chiese a bruciapelo perchè avevo paura di deglutire ed io risposi che avevo paura di morire se mi andava di traverso il cibo. A questo punto mi fece una domanda per me incredibile:"perché avevo paura di morire” e la cosa più incredibile fu la mia risposta: “che non avrei potuto fare il medico”. Così proprio botta e risposta. Si capì in quel momento come fosse condizionante per la mia vita questo progetto.

D'altra parte veniva fuori che io per questo progetto non vivevo: non mi cercavo un lavoro, ad esempio, non avevo soldi e avevo ridotto al minimo ogni desiderio. Così a settembre decisi di interrompere con lo studio. Stetti molto male per questa decisione, per il problema di affrontare i miei, ma il sintomo mi lasciò.

 

R. Ora? abbastanza tranquillamente. Certo mi ha pesato perché sembrava confermare il giudizio di mia madre: “sono Shubert perché faccio solo opere incompiute”. Me lo diceva sempre ogni volta che interrompevo di fare qualcosa che avevo iniziata.

 

R. La mia vita è diventata molto più pratica, non e più una poesia astratta!

Per me prima le persone concrete erano negative. Per esempio prima non avevo il coraggio di prendermi i soldi, di farmi pagare. Oggi se faccio le maglie, le faccio con piacere, ma mi fa anche piacere venderle e guadagnare. Ad esempio un'altra cosa pratica che ho fatto é stato iscrivermi al collocamento. Prima non lo avevo mai fatto perché dovevo fare il medico.

Poi é cambiato Il mio atteggiamento verso mia madre. Non la vedo più come la martire della situazione. Se lei sta con le sue catene, mi dispiace molto, ma io non sono disposta per le sue paure della gente, di mio padre, a sacrificare le mie cose, il mio modo di pensare e di essere. Il mio motto era: "Nascondiamo. Nascondiamo”; nascondiamo le cose che le possono far dispiacere, far male, ecc.; ora non voglio più nascondere niente.

Oggi faccio più la guerra a lei che a mio padre. Penso infatti che in molte cose di mio padre c'era lei dietro lo specchio: era lei che diceva questo non bisogna farlo perché dispiace a vostro padre.

 

 

 

R. Non che sono diventata un’altra persona, sono sempre la stessa con gli stessi problemi, però nel momento in cui mi misuro con le difficoltà , mi riconosco so che ho davanti delle cose difficili e riesco meglio a districarmi tra le varie cose.

Per me cambiare non vuole dire sradicarsi ma tenere i piedi per terra, oggi sono meno idealista, rincorro meno un ideale cui somigliare. Prima mi preoccupavo molto di essere, accettata dagli altri, anzi ci pensavo continuamente; ora non mi va più di fare la paladina di cose che non mi interessano.

Poi sono cambiati i problemi. Perchè prima non avevo i problemi di oggi. Una che campa sulle nuvole è difficile che veda i problemi reali; adesso invece li vivo e li sento e li capisco di più. I problemi sono gli stessi  ma é cambiata l'angolazione dello sguardo, li vivo e li vedo in modo diverso.

 

 

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